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E’ arrivata improvvisa la notizia dagli Stati Uniti dell’approvazione del primo farmaco nel trattamento dell’Alzheimer…

Cura all’Alzheimer ed effetti collaterali. Il neurologo Gambina: “Efficace in fase precoce”

 Nel 2002 si bloccò lo studio del “vaccino” per il morbo. Oggi la terapia è costosa

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 E’ arrivata improvvisa la notizia dagli Stati Uniti dell’approvazione del primo farmaco nel trattamento dell’Alzheimer. Si chiama Aducanumab ed è un anticorpo monoclonale che, se somministrato nelle fasi precoci della malattia può rallentare il declino cognitivo. E mentre il virologo Roberto Burioni con uno stringato post su Twitter ha parlato di “giornata storica”, dall’altro esperti e studiosi storcono il naso: non ci sono prove sufficienti che dimostrino l’efficacia del farmaco. Ce lo spiega meglio il medico siciliano Giuseppe Gambina, originario di Marsala (TP), Specialista in Neurologia e Neuropatia, già Responsabile dell’SSO Interaziendale – Centro Alzheimer e Disturbi Cognitivi dell’Azienda Ospedaliera di Verona. Negli ultimi anni ha dedicato studi, lavoro e produzione scientifica ai pazienti affetti da demenza o da disturbi cognitivi.

 

Il via libera dell’Fda al farmaco contro l’Alzheimer sembra dare un nuovo corso alla scienza. Ma bisogna specificare che rallenta il decorso della malattia, perché ci sono state troppe false notizie in giro. Cosa può dirci in merito?

 

L’argomento è un po’ complesso. La ricerca farmacologica degli ultimi venti anni è stata indirizzata allo sviluppo di farmaci detti in termini tecnici “disease modifying”, in grado, cioè di modificare il decorso della malattia, rallentandola, bloccandola o addirittura prevenirla o ritardarne l’esordio. I farmaci studiati sono stati indirizzati contro le due proteine principalmente coinvolte nello sviluppo della malattia di Alzheimer: la proteina beta-amiloide e la proteina tau. L’attenzione si è inizialmente diretta verso i farmaci anti-amiloide, e Aducanumab, il farmaco approvato dall’FDA, rientra in questo filone.

 

In cosa consiste questa terapia?

Aducanumab è un anticorpo monoclonale con azione selettiva sulle forme aggregate di beta-amiloide, cioè oligomeri solubili e fibrille insolubili, che permette al nostro

sistema immunitario di attaccare la beta -amiloide. Ha quindi la capacità di ridurre il carico dei beta-amiloide dell’encefalo e potenzialmente la capacità di limitare, bloccare o prevenire i danni causati dalla beta-amiloide. Il farmaco viene iniettato per via endovenosa ogni quattro settimane e ci sono delle avvertenze e precauzioni da seguire. Inoltre, i pazienti devono essere successivamente sottoposti ad un attento monitoraggio per i possibili aventi avversi.

 

Nella comunità scientifica non tutti sono però d’accordo sul trattamento Aducanumab.

Sì, è vero. Ci sono delle Società scientifiche che hanno apertamente dichiarato la loro contrarietà o perplessità sull’approvazione per via accelerata da parte dell’FDA di Aducanumab in quanto gli studi finora prodotti hanno dimostrato, com’era ipotizzato, di rimuovere la beta-amiloide dal cervello, ma non hanno dimostrato l’efficacia clinica. Nel marzo 2019 due studi clinici con Aducanumab sono stati interrotti in seguito a una valutazione di “futilità”. Ma, una successiva rivalutazione di un maggior numero di dati sembrerebbe dimostrare l’efficacia del farmaco a migliorare la funzioni cognitive, se assunto per un periodo più lungo e a una dose maggiore. Per questo l’FDA ha richiesto per l’approvazione definiva ulteriori studi clinici a conferma.

 

Ci sono delle controindicazioni a detta di Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento di neuroscienze del San Raffaele di Roma.

Controindicazioni in senso stretto no, almeno fino a quanto ho potuto consultare finora. Ma ci sono delle attenzioni e precauzioni che bisogna avere. In particolare, mi riferisco alle anormalità che si osservano alla risonanza magnetica cerebrale, nei malati di Alzheimer trattati con anticorpi monoclonali che sono di due tipi: edema cerebrale che può raggiungere o superare la dimensione di 10 cm e di micro- emorragie sulla superficie del cervello o intracerebrali che possono raggiungere il numero di 10 o più, beninteso tutto questo nel corso del trattamento e che in alcuni casi deve essere quindi interrotto. Infatti, alcuni pazienti possono manifestare cefalea, vertigini, confusione, nausea, modificazioni della visione. Altri effetti collaterali che si possono verificare sono le reazioni di “ipersensitività”, quali angioedema – un edema che interessa il derma e i tessuti sottocutanei – ed orticaria che comportano l’interruzione della terapia.

 

Si parla molto in questo periodo di vaccini e la comunità scientifica americana ci sta pensando. Ma come per l’Epatite C sembra al momento impensabile per le demenze?

In realtà, la terapia contro la beta-amiloide era iniziata nel 1999 con il primo prodotto di immunoterapia attiva (AN1792), e venne chiamata il “vaccino” per l’Alzheimer. Veniva, cioè, utilizzato come farmaco un frammento di beta-amiloide che induceva la formazione degli anticorpi da parte del sistema immunitario del malato contro la beta-amiloide depositata nel cervello. Sfortunatamente lo studio venne interrotto nel 2002 per la comparsa in un piccolo sottogruppo di pazienti di un’infiammazione al cervello e alle meningi (meningoencefalite). Questo ha portato a un cambiamento di strategia e gli sforzi sono stati indirizzati verso “l’immunizzazione passiva”, cioè fornendo al malato direttamente gli anticorpi anti- amiloide, come nel caso di Aducanumab.

 

Può rassicurare le famiglie dei malati di demenza e Alzheimer, quali consigli fornire?

Innanzitutto devono sapere che la terapia è indirizzata verso i malati in fase molto precoce di malattia. Gli studi con anticorpi monoclonali nei pazienti con demenza palese non hanno dimostrato alcuna efficacia nel migliorare le funzioni cognitive. La disponibilità del farmaco in Europa e in Italia sarà disponibile dopo l’approvazione da parte degli organi regolatori, l’EMA – Agenzia Europea dei Medicinali- e l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco). E, se possibile, aspettare che ulteriori studi confermino l’efficacia clinica del farmaco nel migliorare le funzioni cognitive e nel rallentare od arrestare il decorso della malattia, in quanto la terapia non è priva di effetti collaterali importanti. E’ opportuno sapere che le terapia è molto costosa.

[ claudia marchetti ]

Afma

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